Cronaca 

Via XII Ottobre, il coltello recuperato e il ritorno per colpire. Per il gip «altissimo livello di pericolosità sociale» dei due arrestati «nonostante la giovane età»

Due diciannovenni restano in carcere per l’accoltellamento di un ventunenne in centro. Per il pubblico ministero l’azione fu premeditata, ma il giudice per le indagini preliminari esclude l’aggravante. Resta però un quadro pesantissimo, con indagini aperte anche su chi avrebbe consegnato l’arma

Sette minuti che, per l’accusa, bastano a raccontare una scelta lucida e volontaria, ma che per il giudice non sono sufficienti a far scattare la premeditazione. È attorno a questo snodo che si concentra il provvedimento sull’aggressione avvenuta in via XII Ottobre, a Genova, dove un ragazzo di 21 anni è stato accoltellato e due diciannovenni si trovano ora in carcere in base all’ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari Marco Malerba.

Il pubblico ministero Fabrizio Givri legge la sequenza come un tentato omicidio aggravato da una decisione maturata e portata a termine con un ritorno sul posto finalizzato a colpire. Secondo questa ricostruzione, infatti, i due giovani si sarebbero prima allontanati, poi avrebbero recuperato un coltello da una terza persona e infine sarebbero tornati indietro per cercare il ventunenne e aggredirlo con quello. Una dinamica che, nella lettura della procura, allontana l’episodio dalla dimensione dell’impulso immediato e lo avvicina invece a una condotta costruita passo dopo passo.

Il giudice per le indagini preliminari, però, su questo punto prende una strada diversa. Pur descrivendo il quadro con parole durissime, esclude la premeditazione perché tra il primo momento dello scontro, il recupero dell’arma e la seconda fase dell’aggressione sarebbe trascorso un arco temporale troppo ridotto, circa sette minuti, ritenuto non sufficiente a integrare quell’aggravante. Non per questo, però, l’impianto accusatorio si alleggerisce davvero. Nel provvedimento il giudice parla infatti di una «logica profondamente criminale» e attribuisce ai due indagati un «altissimo livello di pericolosità sociale nonostante la giovane età».

I due diciannovenni, durante l’interrogatorio di garanzia, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Il giudice non ha convalidato il fermo, ritenendo che il pericolo di fuga non fosse stato dimostrato in modo concreto, anche perché entrambi vivono a Genova da anni e, al momento dell’identificazione, non sarebbero emersi elementi tali da far pensare a un allontanamento imminente. Ha comunque disposto la custodia cautelare in carcere, ritenendo invece molto elevato il rischio che possano commettere di nuovo reati.

Intanto l’inchiesta non si ferma ai due arresti. La squadra mobile della polizia di Stato sta infatti cercando di arrivare all’uomo che avrebbe fornito il coltello utilizzato nell’aggressione. Al momento non è stato ancora identificato, ma gli investigatori avrebbero a disposizione immagini riprese, almeno in parte, da una telecamera di sorveglianza collocata a qualche centinaio di metri dal luogo dell’accoltellamento. Secondo gli accertamenti in corso, non si sarebbe trattato di un incontro casuale: quella persona sarebbe stata contattata apposta da uno dei due indagati per consegnare l’arma.

Proprio questo passaggio dà ulteriore peso alla tesi dell’accusa. Per gli inquirenti, infatti, il coltello non sarebbe comparso all’improvviso durante la lite, ma sarebbe entrato in scena dopo una richiesta precisa e un recupero organizzato. L’arma, un coltello da trekking, sarebbe stata poi usata da uno dei due giovani per colpire il ventunenne alla schiena, dopo che l’altro lo avrebbe aggredito con calci al volto. Una sequenza che, anche senza l’aggravante della premeditazione, resta di estrema gravità e che ora apre un secondo fronte investigativo: capire chi abbia agevolato l’azione consegnando il coltello e se fosse consapevole di ciò che stava per accadere.

La differenza tra la lettura del pubblico ministero e quella del giudice, dunque, non cambia il cuore della vicenda, ma incide sul peso giuridico attribuito a quei minuti precedenti all’assalto. Da una parte c’è la procura, convinta che il ritorno con l’arma racconti una volontà già formata; dall’altra il giudice, che vede sì una violenza gravissima e una forte pericolosità, ma non ravvisa il tempo necessario per parlare di premeditazione in senso stretto. Sullo sfondo resta una sola certezza: l’inchiesta è tutt’altro che chiusa e ora punta a chiarire ogni passaggio che ha portato all’accoltellamento nel pieno centro della città.


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